Vendemmia 2026, la grande annata che non paga nessuno
Vitivinicoltura siciliana in ginocchio tra silos ancora pieni, prezzi in caduta libera e sensali che dettano legge; la vendemmia 2026 rischia di travolgere i produttori siciliani

Sarà davvero una grande annata la vendemmia 2026? Sotto il profilo qualitativo forse sì, ma i numeri raccontano un’altra storia, fatta di mercato fermo, magazzini stracolmi e prezzi crollati.
Quanto vale davvero un’uva sana se nessuno è disposto a pagarla il giusto?
È la domanda che si pongono da settimane i viticoltori della provincia di Trapani, mentre le cantine consegnano il raccolto senza alcuna certezza su cifre e tempi di pagamento. Il sistema vinicolo siciliano appare al collasso, schiacciato da un’assistenza pubblica che negli anni ha finanziato la produzione senza mai costruire una vera strategia di sviluppo economico. Servivano meno incentivi e più mercati, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti.
A pesare sulla stagione è soprattutto la commercializzazione, ostaggio di un mercato immobile e in balia dei cosiddetti sensali, gli intermediari che continuano a manovrare i prezzi di acquisto del mosto e del vino, a danno diretto di chi lavora la terra e si sobbarca dei prezzi di gestione del vogneto. I silos restano pieni di invenduto delle annate precedenti e i listini scendono di settimana in settimana, mentre i costi di produzione, dal carburante alla manodopera, non conoscono flessione.
Come può reggere un’economia agricola in cui il produttore consegna il frutto di un anno di lavoro senza sapere quanto e quando incasserà?
Il paradosso più amaro riguarda il prezzo finale. Se in cantina l’uva viene pagata pochi centesimi al chilo, sulla tavola di un ristorante la stessa bottiglia può costare fino a dieci volte il valore di partenza.
Chi guadagna davvero in questo sistema, se non chi produce?
È un meccanismo economico malato e viziato, che premia intermediazione e distribuzione mentre lascia sul campo chi ha investito capitali, tempo e fatica. Le temperature elevate hanno inoltre ridotto le rese in diverse zone della Sicilia occidentale, mentre le difficoltà irrigue si sommano a un quadro già compromesso. Gli invasi risultano parzialmente pieni, ma l’acqua non sempre raggiunge i campi per problemi di rete e manutenzione. Nel frattempo le cantine restano cariche di scorte pregresse, in una contraddizione che vede meno uva raccolta e troppo vino ancora da vendere.
È accettabile che il rischio d’impresa ricada interamente su chi coltiva, mentre altri anelli della filiera restano al riparo e si arricchiscono sugli stenti dei produttori?
Di fronte a questo scenario cresce la richiesta di politiche agricole diverse, capaci di superare la logica dell’assistenzialismo e costruire piani concreti di promozione e apertura verso nuovi mercati. Senza un cambio di rotta, la prossima vendemmia rischia di ripetere lo stesso copione: tanta uva, poca fiducia, e ancora meno guadagno per chi lavora la terra siciliana.
Alberto Di Paola
