Marsala, ancora notti di ronde: la paura rischia di degenerare in violenza

Nelle contrade sud la gente non dorme, scruta la strada e si organizza in gruppi di vigilanza spontanea. Ma il confine tra difesa e giustizia fai da te si fa sempre più sottile. Le autorità invitano alla calma

Ancora notti di paura e di ronde a Marsala. Gruppi di cittadini continuato a sorvegliare strade e abitazioni, soprattutto della zona sud, mentre nelle chat di quartiere e nei gruppi Facebook il tam-tam delle segnalazioni non si ferma: incude paura. La gente ha paura dei furti, ma ha anche paura di circolare liberamente: uscire di sera, ormai, significa rischiare di essere scambiato per uno dei presunti ladri della banda che, secondo i racconti dei residenti, terrorizza le periferie. C’è chi non esce più di casa e passa la notte a scrutare fuori dalla finestra, in allerta a ogni rumore. Un clima che gli stessi abitanti definiscono di psicosi collettiva, alimentato da racconti non verificati che rimbalzano di telefono in telefono.

Poi ci sono le aggressioni. Almeno tre – se non di più -, secondo quanto riferito sui social: quella del conducente del furgone dato alle fiamme, quella di due ragazzi che camminavano in contrada Ciancio con le felpe con il cappuccio e, infine, l’assedio del bed and breakfast di via Salemi. Episodi gravissimi, che turbano l’ordine e la sicurezza pubblica ancora più dei reati contro il patrimonio che vengono attribuiti alla banda di ladri. Perché qui non si tratta più solo di furti: si tratta di persone fermate, inseguite, circondate. Di una comunità che, esasperata, ha iniziato a farsi giustizia da sola.

È questo il nodo che le istituzioni continuano a sottovalutare. La paura è reale e comprensibile, ma la risposta non può essere la caccia all’uomo. Fermare qualcuno per strada perché “sembra sospetto”, inseguirlo, pretendere di accertarne le responsabilità: sono azioni che nessun cittadino ha il potere di compiere. Lo hanno ricordato il prefetto di Trapani Daniela Lupo, che dopo i fatti di via Salemi ha riunito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, la sindaca Andreana Patti e il vicesindaco Salvatore Vullo.

“La giustizia sommaria è la negazione dello stato di diritto”, ha detto Lupo, mentre Vullo è stato ancora più esplicito: Da qui spostare questo tema della sicurezza dai poteri dello Stato ai social è un fatto che in uno Stato di diritto non è accettabile”. E ha aggiunto: “Voi immaginate se attraverso i social si individua una persona, la si accusa, la si condanna e poi ci si fa giustizia da soli, senza un processo, arrivando a punirla, a picchiarla, perfino a darle fuoco”. Una cosa gravissima, perché la persona indicata sui social potrebbe essere innocente e nessuno le avrebbe dato la possibilità di un processo equo. “Al di là della questione giuridica, è una questione morale”.

Sulla stessa linea si è espressa l’Amministrazione comunale guidata da Andreana Patti, che ha ribadito la massima comprensione e solidarietà verso i cittadini che nei recenti episodi di furti e minacce all’incolumità personale, appresi principalmente dai social, hanno vissuto momenti di paura e forte preoccupazione. La sicurezza, si legge in una nota, è un diritto fondamentale, ma è una responsabilità che compete in via esclusiva allo Stato, attraverso le forze dell’ordine e le autorità preposte. Non può essere delegata a iniziative private, ronde improvvisate o campagne sui social, che rischiano di alimentare tensioni e generare pericolose derive. Da qui l’invito a denunciare ogni episodio e a collaborare con le autorità, affinché le legittime richieste di sicurezza trovino risposta nelle sedi competenti, nel rispetto della legge e della legalità.

Il punto è che le forze dell’ordine non possono privare una persona della libertà sulla base di semplici sospetti. Esistono regole precise per arresti, fermi e perquisizioni. Non sono ostacoli burocratici: sono garanzie che proteggono tutti, anche chi oggi chiede più sicurezza. E c’è un altro dato che pesa: alle numerose segnalazioni informali di furti e tentativi di effrazione non corrisponde un numero equivalente di denunce formali. Per gli investigatori una denuncia è essenziale: permette di ricostruire gli episodi, individuare modalità ricorrenti, acquisire immagini e testimonianze, cercare collegamenti tra fatti apparentemente isolati. Per i residenti, invece, ciò che conta è il risultato concreto. Quando queste due esigenze non si incontrano, cresce la sfiducia. Ed è proprio in questo spazio che prosperano le ronde, le chat di allarme e le ricostruzioni non verificate.

L’unica azione sensata resta una: chiamare le forze dell’ordine e denunciare senza paura. La vigilanza reciproca tra vicini può aiutare a segnalare situazioni anomale, ma un conto è osservare e chiamare, un altro è fermare persone, inseguirle o pretendere di accertarne autonomamente le responsabilità. La tutela della sicurezza e della convivenza civile deve restare affidata alle autorità competenti, alle Procure, ai Tribunali e alle forze dell’ordine, cui spetta esercitare le proprie funzioni nel rispetto della legge e nell’interesse pubblico. Perché la paura, quando diventa giustizia fai da te, non protegge nessuno: espone innocenti a conseguenze gravissime e consegna la città a un clima di sospetto dal quale nessuno è al sicuro.

Alberto Di Paola

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