Stagnone, la febbre del turismo e l’incubo dei vincoli del Mab Unesco
Marsala e lo Stagnone nella Riserva Unesco MaB: opportunità o rischio per il turismo? La Giunta comunale ha aderito alla candidatura “Saline di Sicilia” ma le attività economiche dell’area temono nuove limitazioni.

L’adesione del Comune di Marsala al percorso di candidatura della Riserva della Biosfera MaB UNESCO “Saline di Sicilia” ha acceso un dibattito che va ben oltre l’entusiasmo per un prestigioso riconoscimento internazionale. La delibera della Giunta, approvata lo scorso 20 agosto, sancisce l’ingresso ufficiale del territorio nel complesso iter che coinvolge già la Regione Siciliana, il Libero Consorzio di Trapani e diversi comuni limitrofi. Se da un lato l’iniziativa promossa dal comitato promotore rappresenta un’opportunità per valorizzare le bellezze naturali e le peculiarità produttive dell’area, dall’altro il tessuto imprenditoriale che gravita attorno allo Stagnone guarda con preoccupazione a possibili scenari futuri.
La zona, altamente antropizzata e costellata da decenni di abusivismo edilizio che ne hanno deturpato ampi tratti della fascia costiera, oggi si riscopre al centro di un interesse turistico senza precedenti grazie alle condizioni ideali per la pratica del kite surf e alla suggestione paesaggistica delle saline. Tuttavia, la convivenza tra la tutela ambientale e un’economia già fiorente e consolidata appare tutt’altro che scontata.
In questa fase preliminare, l’amministrazione comunale tiene a precisare che la manifestazione di interesse non comporta nuovi vincoli urbanistici o edilizi e che le aree già sottoposte a tutela continueranno a essere disciplinate dalle norme vigenti. Una rassicurazione che, però, non placa del tutto gli animi degli operatori del settore sportivo e turistico. Nello Stagnone insistono centinaia di attività, tra scuole di vela, kayak, windsurf e kite surf, servizi di escursione, strutture ricettive e ristorazione.
Per comprendere cosa potrebbe realmente cambiare per lo Stagnone, occorre conoscere la struttura interna che il programma MaB UNESCO prevede per ogni riserva della biosfera. Il territorio viene suddiviso in tre zone interconnesse, ciascuna con un diverso grado di tutela e di libertà per le attività umane. L’area centrale, detta “core area”, è il cuore protetto della riserva. Qui l’accesso è severamente limitato e si può fare solo ricerca scientifica e monitoraggio ambientale, con un impatto umano ridotto al minimo. Nessuna attività commerciale, nessun turismo, nessuna struttura. Una sorta di santuario della natura intoccabile.
Intorno a questa si sviluppa la zona tampone, che funge da cuscinetto. In questa fascia sono consentite attività compatibili con la conservazione, come l’ecoturismo, l’educazione ambientale e il monitoraggio, ma sempre con il freno a mano tirato. Insomma, si può fare ma con cautela. La zona più esterna è l’area di transizione, dove normalmente insistono i centri abitati, le zone produttive e le attività economiche. Qui le comunità locali possono promuovere sviluppo imprenditoriale, turismo e agricoltura, ma sempre in armonia con gli obiettivi di tutela della riserva. Tradotto: si può fare business, ma entro certi limiti.
Il problema è che per il Mab delle “Saline di Sicilia” il perimetro definitivo e la suddivisione esatta delle tre aree non sono ancora stati definiti. Saranno stabiliti attraverso un percorso partecipativo, ma nessuno oggi può garantire dove passeranno i confini e quali attività finiranno nella zona tampone o addirittura in quella centrale. È questo il vero nodo che tiene con il fiato sospeso gli operatori dello Stagnone.
Il timore è che, una volta entrati nel programma MaB, il piano di gestione e la zonizzazione dell’area possano introdurre limitazioni sempre più stringenti agli accessi, alla navigazione, alla realizzazione di nuovi pontili o all’illuminazione notturna, fino a compromettere la redditività di queste imprese. Nessuno può garantire, infatti, che le attuali rassicurazioni restino valide anche dopo la definizione del perimetro definitivo e delle strategie di sviluppo sostenibile.
Se il progetto MaB mira a coniugare la conservazione della biodiversità con lo sviluppo, la domanda che molti si pongono è se sia davvero configurabile un equilibrio tra le esigenze della natura e la sopravvivenza di un indotto turistico che dà lavoro a centinaia di famiglie. Il programma UNESCO, nelle sue migliori applicazioni, favorisce la ricerca, l’educazione ambientale e la partecipazione delle comunità locali, ma la sua declinazione concreta sul territorio siciliano potrebbe riservare sorprese.
Per le aree centrali e tampone della riserva, la realizzazione di nuove strutture o l’intensificazione delle attività subirebbe valutazioni più severe, e ciò potrebbe frenare gli investimenti in un comparto che, fino a oggi, ha rappresentato una delle poche eccellenze economiche della zona. D’altro canto, il riconoscimento Unesco potrebbe rivelarsi un formidabile volano per il turismo internazionale, capace di attrarre visitatori di alto profilo e di incentivare una migliore organizzazione dei flussi, con benefici per l’intera filiera dell’accoglienza.
Il punto dolente resta il metodo. La Giunta ha preso atto del lavoro del comitato promotore e delle linee guida per la prosecuzione dell’iter, ma il processo partecipativo, per quanto annunciato, appare ancora tutto da costruire. Sarebbe stato forse più corretto e trasparente portare all’attenzione della città, prima di aderire, i potenziali rischi e i benefici connessi a questa candidatura. Un consiglio comunale aperto e partecipato avrebbe consentito un democratico confronto tra le necessità di salvaguardia ambientale e quelle, altrettanto legittime, di sviluppo turistico ed economico.
Lo Stagnone non può essere mummificato, ma nemmeno sacrificato sull’altare di un turismo selvaggio che già in passato ha prodotto danni irreparabili al paesaggio. Ambiente e attività produttive devono essere salvaguardati nella stessa misura: la venuta meno di una delle due componenti provocherebbe danni enormi all’intera comunità marsalese, che vive del mare e del vento tanto quanto dei suoi antichi sali.
In definitiva, l’adesione al MaB potrebbe trasformarsi in un’opportunità di rinascita se gestita con equilibrio e ascolto, oppure in un ulteriore vincolo burocratico che frenerebbe un’economia già in difficoltà. Serve chiarezza sui tempi, sulle risorse stanziate e sui reali margini di manovra per gli operatori. Perché se è vero che il turismo non deve distruggere ciò che ama, è altrettanto vero che un’area protetta senza attività umane che la animano rischia di diventare solo un museo a cielo aperto, bello da vedere ma privo di vita.
Alberto Di Paola
