Regionali 2027, candidati e elettori, complici dello stesso fallimento

La farsa eterna della campagna elettorale in un’Isola che sprofonda tra burocrazia e clientele. I candidati all’Ars si scambiano abbracci e pugnalate mentre l’elettore, masochista e fedele, spera che il suo “onorevole” si ricordi di lui una volta insediato.

La primavera del 2027 si avvicina e, come un orologio svizzero impazzito, la Sicilia rispolvera il suo rituale preferito: la campagna elettorale per l’Assemblea regionale. Si alza il sipario sull’ennesima edizione della commedia dell’arte politica, dove i papabili si scambiano abbracci tra acerrimi nemici e cambiano casacca con la disinvoltura di chi prova un abito usato. Si denigra l’avversario per autocelebrarsi, si stringono patti al buio, si dimenticano le promesse di ieri per farne di nuove, ugualmente destinate a svanire. Il mantra è sempre lo stesso: la vittoria a ogni costo.

E l’elettore? Quello guarda, annuisce e, con un masochismo che rasenta l’incredibile, si mette in fila. Sa che il posto di lavoro, la casa popolare, il contributo per la squadra del paese, l’incarico fiduciario non arriveranno mai. Lo ha imparato a proprie spese, generazione dopo generazione. Eppure vota, sperando che il suo futuro onorevole, una volta insediato, si ricordi di lui. Come se l’oblio non fosse la prima, sacramentale promessa mantenuta da ogni politico. Come se il favore richiesto non fosse, in realtà, un atto dovuto che nessuno gli avrebbe mai potuto negare. Invece, lo scambia per un dono, si sente in debito. È la logica dell’elemosina, la resa dell’intelligenza alla speranza di un salvagente in un mare di faldoni polverosi e di norme astratte dove sanno bene navigare solo gli onorevoli.

Perché in Sicilia il voto è un atto di fede tramandato di padre in figlio. Le clientele sono eredità di famiglia, il nipote vota il partito del nonno, il cugino si affida allo stesso “santo” che sistemò lo zio. È una catena di montaggio del consenso che prescinde dai programmi e si nutre di promesse immaginarie. Ma la dignità non si compra con un voto, non si scambia con un posto alla Forestale o al Consorzio di Bonifica,  con la promessa di una strada privata asfaltata o qualche nuovo palo di pubblica illuminazione impiantato dove non si poteva.

L’assistenzialismo soppianta qualsiasi progetto di sviluppo. La burocrazia stringe la sua morsa su chi “ammanigliato” non è, sepolto vivo tra carte che nessuno sfoglia, mentre l’Isola si svuota di decine di migliaia di giovani costretti a fuggire. Le norme, astratte e perfette sulla carta, si infrangono contro il muro di chi le applica; la politica, intanto, impara presto a girare ostacoli che per altri sarebbero insormontabili, e lo fa con una disinvoltura che non lascia tracce.

A chi giova tutto ciò? Sicuramente non all’elettore che, attratto da fantomatiche campagne improntate sempre al cambiamento, presto si accorge di essere stato preso in giro per l’ennesima volta. Come insegnava Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E infatti cambiano i volti, a volte, ma non le pratiche. Cambiano le alleanze, ma non gli interessi.

Intanto, la Sicilia affonda. La sanità arranca tra liste d’attesa infinite, le strade sono un colabrodo, gli aeroporti si fanno la guerra invece di fare sistema. L’agricoltura è un lamento continuo, con i produttori schiacciati da costi e prezzi al ribasso. E Roma, da sempre, guarda altrove. Il Nord ha sempre avuto un appeal diverso, una priorità nascosta ma evidente. L’Isola è la figlia dimenticata, bistrattata, a cui si concedono elemosine per non farla ribellare, ma a cui si nega il coraggio di una vera emancipazione.

Ci si interroga sulla radice del male: è l’incapacità di chi amministra o il frutto di una politica nazionale ed europea che ha sempre tarpato le ali a quest’Isola? Forse la verità sta nel mezzo. Ma una certezza c’è: il circolo vizioso non si spezzerà finché l’elettore non smetterà di chiedere l’elemosina e non pretenderà, invece, un’idea di futuro. La Sicilia naviga per inerzia verso la tempesta perfetta, dimenticando che il vero cambiamento non può nascere da un favore, ma dalla capacità di scegliere con coscienza. Solo così l’Isola potrà smettere di essere la vittima designata di una storia antica e diventare finalmente artefice del proprio destino. Ma finché l’elettore non spezzerà questo vincolo di sudditanza, il declino sarà solo l’ennesimo, prevedibile capitolo di una storia che si ostina a non voler finire.

Alberto Di Paola

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