Marsala, minorenne schiaffeggiato sull’autobus: l’odio sui social lo condanna due volte

A Marsala un minorenne viene schiaffeggiato sull’autobus. I social esultano: odio, applausi, giustizia fai-da-te. Quando un abuso diventa un atto eroico, la democrazia è in pericolo

Cominciamo dai fatti, così come li ha raccontati Tp24, che ha ricevuto e verificato il video girato da uno studente presente sull’autobus (il link del video https://www.facebook.com/share/v/18vptnZgi4/https://youtu.be/-lL64O3I2Yc?si=XDgX2gCiJxAvmdqr&sfnsn=scwspwa ). Il 29 aprile scorso, a Marsala, sulla linea urbana che collega la città a Strasatti, un autista ha schiaffeggiato un ragazzo minorenne. Lo ha insultato. Lo ha fotografato senza consenso. Lo ha mortificato davanti a decine di coetanei. Questo è quanto documentano le immagini. Questo è il punto di partenza. Tutto il resto,  i commenti, i like, gli applausi virtuali, è il capitolo più inquietante di questa storia.

Perché quello che è accaduto dopo, sui social, racconta qualcosa di molto più grave di uno schiaffo su un autobus.

La piazza che non ragiona, la folla che giustizìa

Nel giro di poche ore, la notizia ha fatto il giro delle bacheche Facebook di mezza Sicilia. E il verdetto — perché di verdetto si tratta, non di opinione — è stato immediato, unanime, feroce: l’autista è un eroe. Merita un applauso. Finalmente qualcuno che li educa, questi giovani senza rispetto. Finalmente un adulto con le palle. Bentornato buon senso.

Oltre il novanta per cento dei commenti, stando a una lettura anche sommaria dei post, va in questa direzione. Non c’è dubbio, non c’è cautela, non c’è un momento di sospensione del giudizio. C’è solo la certezza della folla: il ragazzo se l’è cercata, la famiglia è responsabile, la società è malata, e quest’uomo ha fatto bene.

Eccolo, il meccanismo che dovrebbe farci riflettere. Non lo schiaffo in sé — che ha le sue sedi competenti dove essere giudicato, ma la velocità con cui migliaia di persone si sono trasformate in giudici, in giustizieri, in esecutori di una sentenza già scritta prima ancora di conoscere i fatti.

Il ragazzo che non esiste

In tutta questa vicenda, il minore, vittima di una violenza fisica documentata da un video,  è sparito. O meglio: è stato trasformato. Non è più un ragazzo di sedici, diciassette anni su un autobus. È diventato il simbolo di tutto ciò che non va nella società di oggi. È diventato il capro espiatorio perfetto, il bersaglio su cui scaricare frustrazioni accumulate, rabbie lontane, rancori che non hanno niente a che fare con lui.

L’avvocato Vito Daniele Cimiotta, legale della famiglia, ha chiarito la versione del ragazzo: il diverbio sarebbe nato dal ritardo nel risalire sul mezzo dopo aver fumato alla fermata, con una sigaretta già spenta in mano al momento della salita. Comportamento censurabile? Forse sì. Giustificazione per uno schiaffo? No. Giustificazione per insulti, fotografie scattate senza consenso, umiliazione pubblica di un minorenne? Assolutamente no.

Ma sui social questo non conta. Sui social conta la narrativa, non il diritto. Conta l’emozione, non la legge. Conta lo sfogo, non la riflessione.

E così un ragazzo che, secondo quanto emerge dalle immagini e dai racconti dei testimoni, non ha nemmeno reagito con violenza, diventa il colpevole assoluto. Viene messo alla gogna. Viene deriso. E la sua famiglia — che non era nemmeno presente sull’autobus — viene condannata come mandante morale di chissà quale degrado.

L’eroe che non dovrebbe esserlo

Parliamo dell’autista, ma con la stessa equità che vorremmo vedere applicata a tutti. Un lavoratore, probabilmente stanco, probabilmente esasperato da anni di turni, di passeggeri difficili, di una professione che logora. Non lo si vuole demonizzare, e non lo si può fare sulla base di un video di pochi minuti.

Ma c’è qualcosa di profondamente distorto nell’idolatria che gli è stata tributata in queste ore.

Perché un dipendente pubblico — e che si sia definito o meno “pubblico ufficiale” è questione tecnica che spetta alla magistratura stabilire — non può alzare le mani su un minore. Non può insultarlo. Non può fotografarlo senza consenso. Non può, durante il tragitto, continuare a rivolgergli parole offensive davanti agli altri passeggeri. Queste non sono opinioni: sono principi giuridici e morali che non ammettono deroghe, neanche quando dall’altra parte c’è un ragazzo maleducato.

Il codice di comportamento di chi svolge un servizio pubblico non prevede eccezioni legate alla provocazione. Esistono strumenti precisi: fermare il mezzo, chiamare le forze dell’ordine, redigere un verbale, segnalare l’episodio alla direzione. Nessuno di questi strumenti include uno schiaffo.

Eppure la folla ha esultato. Ha fatto dell’autista un paladino della giustizia. E questo è forse il sintomo più preoccupante di tutto ciò che questa vicenda ha portato a galla.

L’ignoranza del diritto e la giustizia fai-da-te

Scorrendo i commenti, emerge con chiarezza una cosa: la stragrande maggioranza di chi ha applaudito non ha la minima idea di cosa preveda la legge italiana in materia di violenza su minori, di abuso di autorità, di diritti dell’individuo, anche quando quell’individuo si è comportato male.

C’è chi ha scritto che “se l’è cercata”. C’è chi ha sostenuto che “una volta si faceva così e si cresceva meglio”. C’è chi ha teorizzato che lo schiaffo sia una forma di educazione. C’è chi ha attaccato i genitori senza sapere chi siano, dove siano, cosa abbiano o non abbiano insegnato al figlio.

Questa è la giustizia dei social: sommaria, emotiva, definitiva. Non conosce appello. Non conosce presunzione di innocenza. Non conosce la differenza tra un comportamento scorretto e un reato. Non conosce, soprattutto, il confine tra l’esprimere un’opinione e partecipare a un linciaggio.

Il vicesindaco di Marsala, Giacomo Tumbarello, ha fatto la cosa giusta: ha chiesto un’indagine interna, ha preteso la visione delle immagini di videosorveglianza di bordo, ha invitato alla cautela prima di trarre conclusioni. Ha detto che “il rispetto delle regole sui mezzi pubblici è fondamentale, così come lo è il rispetto delle persone e dei ruoli”. Parole di buon senso istituzionale. Parole che sui social non ha letto quasi nessuno, o che quasi nessuno ha voluto sentire.

I social e l’odio che dilaga

Esiste un fenomeno psicologico ben documentato: quando sui social si diffonde un contenuto che scatena indignazione, il cervello umano lo elabora in modo diverso da qualsiasi altro stimolo. L’indignazione genera engagement, l’engagement genera visibilità, la visibilità amplifica l’indignazione. È un circolo che si autoalimenta e che ha pochissimo a che fare con la ricerca della verità.

In questo caso, il video ha offerto alla folla digitale qualcosa di prezioso: un nemico chiaro, riconoscibile, giovane. Il ragazzo sull’autobus non è solo un ragazzo sull’autobus. È il simbolo dei giovani di oggi, è la colpa dei genitori di oggi, è la prova del fallimento della scuola, della famiglia, della società. È comodo. È semplice. E soprattutto, permette a chi giudica di sentirsi migliore, più saggio, più giusto.

Nessuno si è fermato a chiedersi: e se fosse mio figlio? Non perché i figli non sbaglino mai — sbagliano, eccome. Ma perché anche quando sbagliano, hanno diritto a non essere picchiati. Hanno diritto a non essere umiliati pubblicamente. Hanno diritto, come ogni essere umano, a non subire violenza fisica da un adulto in una posizione di autorità.

Questo diritto non si perde con una sigaretta in mano.

Una riflessione, non una sentenza

Questo editoriale non vuole assolvere nessuno. Non vuole condannare nessuno. Esistono le autorità competenti, la magistratura, il Comune di Marsala, gli uffici preposti al trasporto pubblico, che faranno il loro lavoro. E sarà loro compito, non nostro, stabilire chi ha sbagliato, quanto, e con quali conseguenze.

Quello che questo editoriale vuole fare è più semplice, e forse più difficile: chiedere una pausa. Un momento di silenzio nel frastuono dei commenti. Una sospensione del giudizio.

Perché quella che sembra una storia su un autobus e uno schiaffo è in realtà una storia su di noi. Su come reagiamo quando ci viene offerta la possibilità di giudicare qualcuno. Su quanto rapidamente abbandoniamo i principi quando l’emozione è abbastanza forte. Su come i social abbiano trasformato la nostra capacità di indignarci, che era una virtù, in uno strumento di odio collettivo.

Un ragazzo minorenne è stato colpito fisicamente su un autobus pubblico. La sua famiglia ha chiesto giustizia nelle sedi appropriate. Il Comune ha avviato le verifiche del caso. La magistratura, se verrà interpellata, farà il resto.

Il nostro compito, come cittadini, non è condannare né assolvere. È resistere alla tentazione del processo in piazza. È ricordare che la giustizia, quella vera, non quella dei like, ha bisogno di tempo, di prove, di diritto, di umanità.

Tutto ciò che sui social, in questa vicenda, è mancato.

Alberto Di Paola

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