Patto Turano-Lo Curto: la volpe gioca, il gatto “perde”
La volpe e il gatto: storia di amore e di odio per le poltrone. Fine? Solo per ora. In politica i gatti hanno sette vite, e le volpi sono sempre in agguato.

La politica siciliana è spesso un palcoscenico dove si alternano drammi e commedie, ma la storia che vede protagonisti Mimmo Turano ed Eleonora Lo Curto ha il sapore amaro di una favola che finisce male. Come in una versione moderna della celebre storia del gatto e della volpe, qui i ruoli si confondono e la morale è sempre la stessa: chi promette e non mantiene, prima o poi, si ritrova a fare i conti con le proprie scelte.
E così, quella che doveva essere una solida alleanza politica si è trasformata in un rapporto di fiducia tradito, con la Lo Curto che, in una lettera che ha il sapore di un atto d’accusa, racconta la sua verità. La vicenda, che si consuma tra le stanze del potere regionale, mette in luce dinamiche che sembrano uscite da un manuale di “come non fare politica”.
Tutto ha inizio con una promessa, quella di un seggio all’Assemblea regionale per la Lo Curto, in cambio del suo ingresso nella Lega. Un patto che, secondo la ricostruzione della stessa Lo Curto, sarebbe stato suggellato anche davanti a numerosi testimoni (link per visualizzare la lettera della Lo Curto: https://www.facebook.com/share/p/19XfnaiS5J/). E invece, come spesso accade, il gatto si è mangiato la volpe, o forse è il contrario. Lasciamo a voi lettori la licenza di attribuire i ruoli ai protagonisti.
Il punto di svolta arriva con le elezioni amministrative di Marsala, quando Turano avrebbe scelto di non rispettare gli accordi, puntando su una lista tutta al maschile e ignorando le richieste della sua alleata. Una decisione che ha segnato il punto di non ritorno, come la goccia che fa traboccare il vaso, già colmo di amarezza. Da anni la Lo Curto attende che Turano, assessore regionale all’Istruzione e alla Formazione professionale, si dimetta da deputato dell’ARS, per permetterle, come prima dei non eletti, di rientrare a Palazzo dei Normanni.
Ma la storia non finisce qui. La Lo Curto, infatti, non si limita a raccontare il tradimento subito, ma allarga lo sguardo a un quadro più ampio, quello di una Lega che, secondo lei, non ha saputo cambiare pelle, rimanendo ancorata a una visione nordista che poco ha a che fare con le istanze del Mezzogiorno. E proprio su questo punto, l’ex esponente del partito di Salvini non usa mezzi termini, parlando di una distanza politica e culturale ormai incolmabile.
A rendere il tutto ancora più paradossale è il fatto che Turano, secondo quanto riportato dalla stessa Lo Curto, si sia permesso di dispensare lezioni di coerenza. Un atteggiamento che la diretta interessata definisce “quantomeno singolare”, considerando il suo passato di cambi di casacca e accordi rimodulati nel corso del tempo. Nelle parole della Lo Curto, Turano viene descritto come “un professionista della slealtà” e “campione di tradimenti politici”, accuse pesanti che la stessa esponente politica dice di poter documentare.
E mentre la politica trapanese si interroga sul futuro dell’ex parlamentare regionale, la domanda che resta sospesa è quasi retorica: chi ha tradito chi? O forse, più semplicemente, chi avrebbe dovuto stupirsi? Perché se c’è una cosa che la politica siciliana insegna, è che i patti, specialmente quelli siglati in vista di una competizione elettorale, nascono già con il contagocce della scadenza. E allora viene il sospetto, malizioso ma fondato, che questa rottura così plateale, così ricca di accuse e controaccuse, fosse in realtà scritta in un copione non ancora battuto a macchina ma già noto agli attori.
La prossima primavera si tornerà a votare per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana, con Turano leader della Lega e con la Lo Curto in cerca di una nuova casacca, possibilmente più comoda e meglio appesa. Entrambi, è ovvio, non rinunceranno alla conquista di uno scranno a Palazzo dei Normanni, perché quello è il vero obiettivo, la posta in palio che vale più di qualsiasi fedeltà. E allora, chiediamoci: la rottura era inevitabile? O era, piuttosto, una scelta ad orologeria, un tattico allontanamento studiato nei tempi giusti per permettere a entrambi di ritrovare nuovi spazi, nuovi elettori, nuove storie da raccontare? “Questione di opportunismo politico”, qualcuno sussurra.
Altri, più cinici, parlano di “strategia della nave che affonda”: meglio saltare prima che il natante tocchi il fondo, magari facendo in modo che sia l’altro a essere indicato come il primo ad abbandonare. Fino ad oggi Turano non ha risposto alle pesanti accuse mosse dalla sua ex alleata. Forse perché non serve rispondere. Forse perché, in fondo, anche lui sa che quella lettera non era un atto d’accusa, ma il primo capitolo di una nuova campagna elettorale. E il bello è che funzionerà. Perché in Sicilia, si sa, il pubblico ama le storie di gatto e volpe, purché gli attori siano bravi e il lieto fine, per qualcuno, arrivi puntuale come la primavera.
La risposta, probabilmente, la conoscono solo loro due, ma la morale della favola è chiara: in politica, come nella vita, la fiducia è un bene prezioso e, una volta incrinata, è difficile da ricostruire. E le dinamiche tra i due ex alleati, con le loro promesse mancate, finiscono per restituire l’immagine di una politica regionale sempre più segnata da personalismi e da un lessico che spesso dimentica il valore della parola data.
Alberto Di Paola
