“Cosa nostra dietro gli sbarchi” la mafia e l’affare dei migranti

"Cosa nostra dietro gli sbarchi"  La mafia e l'affare dei migrantiLa mafia trapanese ha fiutato l’affare dei migranti. Non si tratta della gestione dei centri di accoglienza, ma degli sbarchi. Ci sarebbero dei collegamenti fra i tunisini che organizzano le traversate del mare e i boss. È una novità quella che viene fuori delle indagini che hanno portato, la settimana scorsa, all’arresto di ventuno persone ritenute legate a Matteo Messina Denaro.

L’estate scorsa si è tornato a sparare in provincia di Trapani. La mattina del 6 luglio 2017 i killer hanno crivellato di colpi Giuseppe Marcianò, genero del boss di Mazara del Vallo, Pino Burzotta, e sospettato di appartenere alla famiglia di Campobello di Mazara. Lo hanno ucciso nelle campagne di Tre Fontane. Secondo gli investigatori, l’omicidio è frutto della dura contrapposizione fra le famiglie di Campobello di Mazara e quelle di Castelvetrano. Marcianò era stato molto critico per la gestione del clan mafioso.

Subito dopo il delitto le microspie hanno svelato la paura di Filippo Dell’Acqua, fra gli arresti del blitz, che temeva per la propria vita. Voleva fuggire: “Mi sa che… me ne debbo andare vero… ci sono problemi seri… ora sto vedendo un attimino di che si tratta… cosa bolle in pentola… io nel frattempo mi sto organizzando… me ne devo andare, me ne devo andare”.

Dell’Aquila era certo che l’omicidio fosse anche un messaggio indirizzato a lui: “… il problema è come l’hanno ammazzato… di solito … fanno sparire… mi capisci?… quello era un messaggio… quando li fanno così è perché… c’è chi capisce e si ritira … c’è chi non capisce… e ammazzano a tutti”.

Le microspie contemporaneamente spiavano cosa accadeva attorno a Raffaele Urso, detto Cinuzzo, arrestato nell’ultima retata con l’accusa di essere l’uomo forte a Campobello, fedele alla linea dei cognati di Matteo Messina Denaro, Gaspare Como e Rosario Allegra. È stato così intercettato un tunisino che discuteva del ruolo di Urso e ricordava di quella volta in cui “gli abbiamo bruciato quattro escavatori a Triscina e all’altro abbiamo tagliato gli alberi di ulivo”.

Il tunisino è Seifeddine Cheikh Nakch, considerato molto vicino a Marcianò, fratello di Fahed e Farese, entrambi indagati a Marsala in un’altra inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e contrabbando di sigaretta dalla Tunisia verso l’Italia. Seifeddine parlava di “quel lavoro deve essere fatto solo sigarette senza persone, perché le persone fanno venire la prigione”,

Marcianò, probabilmente, aveva messo le mani sull’affare dei clandestini. E ora i pubblici ministeri di Palermo scavano per trovare conferme all’ipotesi che il delitto sia frutto dei contrasti per il business dei migranti.

FONTE: LIVESICILIA.IT

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